|
Aprile
2011 ... che disastro!
Il
mese di aprile 2011 è stato un disastro politico ed umanitario per
la popolazione romanì.
Le
istituzioni europee hanno sempre sollecitato gli Stati membri a
promuovere ed attivare la partecipazione attiva dei rom e nel mese di
aprile il Consiglio d'Europa ha avviato in Italia un corso di
formazione per mediatore culturale rom, ma ignora il coinvolgimento
attivo delle organizzazioni rom e delle professionalità rom nella
promozione e la realizzazione del corso.
A
questo punto è difficile capire cosa intendono per partecipazione
attiva dei rom, intanto la popolazione romanì continua ad essere un
“oggetto”
invece che un “soggetto”
attivo.
La
Commissione straordinaria sulla tutela e la promozione dei diritti
umani del Senato della Repubblica, attraverso le audizioni, redige un
rapporto sulla condizione della popolazione romanì, ma non convoca
per l'audizione le organizzazioni rom e le professionalità rom.
Nella
città di Lamezia Terne (Catanzaro) la magistratura notifica la
sindaco una ordinanza di sgombero del campo nomadi dove vivono circa
600 persone rom. Il sindaco chiede aiuto alla Provincia di Catanzaro,
alla Regione Calabria, al ministero dell'interno, ma non dialoga con
le organizzazioni rom e con le professionalità rom.
In
diverse città italiane sono in corso numerosi sgomberi di campi
nomadi, in particolare Milano e Roma. A Milano un politico rivendica
di aver effettuato 500 sgomberi di campi nomadi, mentre nella
Capitale in poche settimane sono stati effettuati oltre 40 sgomberi
di campi nomadi abusivi con oltre mille persone rom in mezzo alla
strada.
Alla
vigilia di Pasqua alcune famiglie rom sgomberate dai campi abusivi
hanno occupato la storica Basilica di San Paolo fuori le mura, dopo
una lunga trattativa oggi sono ospiti in una struttura di accoglienza
della Caritas. Fino a quando?
Allora
è indispensabile andare
subito oltre … andare oltre il campo nomade … è
necessario
volere
e saper
andare subito oltre la dipendenza
assistenziale e
definire con le famiglie rom una “sicurezza
abitativa”.
Il
rischio di un disastro politico ed umanitario è concreto, ed è
grave che le persone rom impegnate nell'associazionismo non lo
percepiscano ancora. Il piano nomadi del comune non ha prodotto i
benefici sperati; altre iniziative di partecipazione attiva dei rom,
sollecitate dal comune, sono state da una parte delle chimere ricche
di autorefenzialità e di improvvisazione, dall'altra uno strumento
per la propaganda politica.
Ogni
volta che si avvicinano le elezioni, politiche o amministrative, le
parole rom, sinti, zingari, nomadi, ecc. sono in primo piano su tutta
la propaganda politica con un crescendo oltre ogni misura di
istigazione all'odio razziale e di discriminazione.
Tanti
si sono indignati ieri, tanti si indignano oggi per il “trattamento”
ipocrita che la popolazione romanì è costretta a subire.
Una
indignazione incapace di andare subito oltre la logica del campo
nomadi e dall'assistenzialismo e che troppo spesso non riesce a
vedere la fondamentale necessità dell'autonomia,
della partecipazione attiva, dell'evoluzione della cultura romanì,
cioè
della normalità.
Generalizzare
la richiesta dei diritti si rischia di delegittimarli, anche per una
narrazione ipocrita del mondo rom, tale da non garantirli
concretamente alle persone che ne hanno un effettivo diritto.
Tutti
i campi nomadi, abusivi ed autorizzati, vanno smantellati SUBITO,
senza se e senza ma, ed è possibile farlo in breve tempo con
l'autogestione, lavorando con le famiglie rom per uscire dalla logica
del campo nomade, con la programmazione di una corretta politica di
accoglienza e di interazione culturale.
Programmare
una politica
di accoglienza e di interazione culturale vuol
dire applicare
la normativa
(un dovere non una bontà), promuovere
l'autonomia delle persone rom,
la
normalità delle politiche
(no politiche differenziate), la
partecipazione attiva delle professionalità rom,
una
politica per la cultura romanì.
Smantellare
i campi nomadi e programmare una politica
di accoglienza e di interazione culturale
NON significa dare, a prescindere, una casa a tutte le famiglie rom,
ma significa
definire e condividere le politiche, le regole e le condizioni.
I
comuni devono programmare e realizzare una
politica della casa
con la costruzione di abitazioni di proprietà comunale da assegnare
ai cittadini attraverso bandi pubblici con precise regole, e
condizioni rispettosi delle norme e dei principi.
La
programmazione e la realizzazione di una politica della casa è
diventata una urgente necessità dei cittadini su tutto il territorio
nazionale.
La
politica deve prendere atto della necessità urgente di smantellare
questa politica abitativa segregante e stornare le risorse destinate
alla costruzione, gestione e sgomberi dei campi nomadi ed utilizzarli
per programmare e realizzazione una
politica di accoglienza e di interazione culturale.
Le
organizzazioni che si occupano di rom devono prendere atto del
bisogno urgente di uscire fuori dalla logica del campo nomadi e dalla
dipendenza
assistenziale,
sollecitando e sostenendo le famiglie rom nella ricerca di soluzioni
flessibili e diversificate.
Se
una piccola provincia Abruzzese di circa 300 mila abitanti è in
grado di garantire una “sicurezza abitativa” a 92 famiglie rom
(kosovare e romene), e se una città abruzzese di circa 15 mila
abitanti è capace di garantire una “sicurezza abitativa” a 26
famiglie rom immigrate (kosovare e romene), utilizzando in entrambi i
contesti il metodo di accoglienza del territorio e una coerente
normativa, perchè
nelle altre città questo non è possibile da realizzare?
Non
è vero che nelle piccole città l'integrazione culturale delle
famiglie rom è più facile.
L'integrazione
culturale si realizza se il modello di accoglienza e le politiche di
interazione culturale funzionano, ma in particolare l'integrazione
culturale si realizza se le professionalità rom hanno un ruolo
attivo nel modello di accoglienza e nelle scelte politiche.
La
questione romanì è complessa ma non irrisolvibile. Le chiavi di
volta sono il riconoscimento alla popolazione romanì quale entità
culturale e politica dell'Italia e la partecipazione attiva
professionale di rom e sinti.
Il
resto va da sé: rappresentanza politica, partecipazione attiva alla
vita sociale, culturale, politica ed economica del paese.
Perchè
tanta ostilità verso la partecipazione attiva e professionale di rom
e sinti?
Perchè
tanto boicottaggio ad una rappresentatività romanì credibile e
professionale?
|